Ironman Louisville, Kentucky

ivan/ ottobre 29, 2018/ Gare/ 0 comments

Louisville, Kentucky.

Louisville è la maggiore delle città del Kentucky, anche se non ne è la capitale. Il Kentucky, che noi conosciamo principalmente grazie al colonnello Sanders (quello del pollo fritto), se guardi la mappa degli Stati Uniti è lì nel mezzo tra nord e sud del paese e poco più a ovest degli stati che rappresentano la east coast. Ma loro sono uno stato del sud. Sono sempre stati schierati con gli stati del sud, anche nella cruenta e famosa guerra civile. L’eredità del razzismo schiavista è ancora probabilmente presente, anche se chiaramente mascherata e attenuata dagli anni. Qui nacque Cassius Clay, Muhammad Ali, il più grande.

Qui è la città del Kentucky Derby, la corsa di cavalli più famosa negli states (150-170000 spettatori per una sola giornata di corse).

Qui è nato appunto il Kentucky fried chicken.

Ma Louisville è una città da scoprire, magari facendo un Ironman.

 

I Miller

David e Melissa sono i miei host. Lui farà la gara, lei nel frattempo si occupa della casa, del cane e del suo ospite, che sarei io. Ottengo il loro contatto da Ironman. Negli USA per i PRO c’è spesso la possibilità di una homestay. Ci scriviamo qualche volta prima della gara, mi mandano l’indirizzo. Siamo a circa trenta minuti dal centro. Un piccolo paese appena fuori città, immerso nel verde delle dolci colline. Il viaggio è diviso in due. Parto giovedì mattina da Milano. Atterro a New York JFK, poi trasferimento al Laguardia. Tutto per fortuna fila liscio. Arrivo a Louisville alle 23 locali. Prendo l’auto noleggiata e mi dirigo verso l’indirizzo indicato.

Messaggio di Melissa “watch out for deere, it’s full out there”. Seguo la 42, che è parte anche del percorso di gara. Arrivo al bivio, svolta a sinistra in una strada secondaria che porta alla via dei Miller. Svolto di nuovo a sinistra e dopo un paio di curve vedo sulla sinistra due cervi fermi a bordo strada, mi scrutano passare, forse più attratti dai fari abbaglianti. Ecco perché mi ha scritto quel messaggio. Arrivo finalmente alla casa dei Miller. Melissa mi accoglie e dopo poco arriva David. Gli avevo detto di dormire e non stare sveglio fino tardi 😉 Mi accompagnano al piano sotto dove ho uno splendido appartamento tutto per me. Credo di averci messo 20/30” ad addormentarmi dopo essere “sprofondato” nel letto king size.

David e Melissa sono due persone favolose.Lui ha quasi 60 anni e il lunedì, dopo la durissima gara, che ha finito in circa 13 ore, scende a fatica le scale. Ma vuole a tutti i costi farmi vedere qualcosa di Louisville. Così mi accompagna in città nel pomeriggio a visitare il muso del Kentucky Derby. Poi andiamo a cena in un ottimo ristorante locale. Mi chiede spesso della cucina italiana di cui è appassionato e Melissa mi dice che da tempo pensano ad un viaggio in Italia in cui vorrebbero fare anche dei corsi di cucina. Li ringrazio, sinceramente, se non fosse stato per loro me ne sarei stato rinchiuso in casa a pensare a quanta sfiga ho avuto, a chiedermi perchè dovesse girare tutto male… o a rispondere ai messaggi di chi dall’italia mi chiedeva cosa fosse successo.

Il meteo. Non ci sono più le mezza stagioni

Fino a due giorni prima del mio arrivo il meteo era stato decisamente gentile. Le temperature erano ancora estive. Ora non più. Non so se c’entra qualcosa il passaggio dell’uragano Michael poco più a sud.

Fa un freddo cane. Ok, almeno il cielo è libero, il sole aiuta un pochino a riscaldare. Con i giusti accorgimenti non dovrei soffrire in gara.

Il sabato mattina esco per una sgambata con David e mi accorgo che la situazione mani è insostenibile. Devo comprare dei guanti. Suggerisco anche a David di usarli in gara. Andiamo insieme ad un bike shop. La signora mi indica un espositore dicendo “ quelli sono i più pesanti”. Ok, non esageriamo. Sembravano guanti da sci. Mi dirigo verso la normalità e acquisto un paio di guanti invernali ma utilizzabili in gara

Guanti, manicotti, maglia termica, posso anche mettermi degli strati di plastica sotto il body per proteggermi dall’aria fredda.

Direi che ci siamo.

David ha fatto diversi Ironman nella sua vita. Ma lo vedo preoccupato per le condizioni del meteo.

Io lo sono meno. Decisamente meno. Soffro il caldo e forse è meglio un po’ d’aria pungente la mattina e poi poter correre bene con temperature tra i 16 e 18 gradi, è quello che dicono le previsioni in fondo…

 

Il giorno della gara

La cosa bella di gareggiare nel continente americano è che con il fuso orario noi europei abbiamo  più facilità nel pre gara. Vai a letto presto e dormi. Ti svegli presto e riposato.

Succede anche il giorno della gara. Non mi era mai capitato di dormire così bene prima di un Ironman. Mentre faccio colazione con il mio beverone di Carboflow e con fette di pane e marmellata, David scende e mi dice “hai visto fuori?”. “No, David”. “Piove. Ed è più freddo di ieri mattina” mi dice.

Prendo l’auto e mi dirigo verso la città. Una deviazione mi costringe a prendere una strada alternativa con circa 15’ di tempo in più. L’Ironman è fatto di imprevisti, anche prima della partenza. La partenza è alle 7.25 per noi PRO. Arrivo in Zona gara alle 5.30. Preferisco sempre avere del tempo per preparare tutto senza fretta. Piove continuamente. Metto la muta alle 6.30. Almeno sto al caldo.

In compagnia di un collega PRO americano. Cerchiamo di scaldarci dopo la crisi di ipotermia

Alle 7.20 siamo in attesa di aggiornamenti perchè sembra ci sia ritardo nella partenza. Alle 7.30 ci dicono che partiremo alle 8 con nuoto accorciato per via delle forti correnti del fiume Ohio. Quando mi butto in acqua è quasi un sollievo. La temperatura del fiume è tra i 17 e 18 gradi e sembra quasi calda con indosso la muta. Qualche bracciata di attivazione e ci schieriamo per la partenza. Il nuoto è confuso ma esco bene. 

Mi vesto, manicotti, guanti, casco. Parto in bici e tengo duro più che posso. Alcuni tratti sono molto tirati e le condizioni meteo non aiutano. Arriviamo nella parte centrale del percorso dove c’è un giro di circa 35 miglia da ripetere due volte. Il percorso è un classico “rolling hills”, diversi su e giù che spezzano il ritmo ma soprattutto acuiscono il freddo. Guanti e altre protezioni sono ormai bagnati e la protezione è minima. Improvvisamente mi blocco e inizio a tremare. Difficile controllare la bici e soprattutto riuscire a reagire alla condizione in cui il mio corpo di trova. Sono costretto a fermarmi. Un volontario mi allunga una giacca. Ma credo sia troppo tardi. Tremo continuamente e fatico a riprendere a pedalare. Ci provo. Ma dopo qualche centinaio di metri sono di nuovo fermo. Fine della gara.

Il dopo gara

Dal mio secondo stop passano tre ore. Riscaldandomi, o cercando di farlo, sotto una stufetta a fungo. Di quelle che di solito trovo nei locali all’aperto se vado a fare l’aperitivo nelle stagioni fredde. Ecco. Mai avrei pensato di utilizzarne uno in gara, per scaldarmi. Davvero.

Tre ore di attesa, mentre nel frattempo altri atleti arrivavano a farmi compagnia. Per fortuna i ragazzi che gestivano la tenda sono stati super accoglienti e gentili. I tempi per recuperarci lungo il percorso sono lunghi e dobbiamo attendere. Arriva finalmente un pickup che ci carica. Ci porta ad una scuola, dove è allestita l’area per gli special needs e dove l’impeccabile organizzazione allestisce un punto di raccolta per i numerosi ritirati. Gli school bus, quelli gialli, ci riportano poi in città dove, con altri mezzi riportano anche le nostre bici. Da qui devo raggiungere l’arrivo, circa 1.5 km a piedi, ancora infreddolito, con l’abbigliamento da gara e le scarpe da bici ai piedi. Piove ancora, fa freddo e nel frattempo i primi uomini stanno arrivando al traguardo. Sono passate quasi 5 ore dal mio ritiro in gara e riesco finalmente a recuperare dei vestiti asciutti e le mie cose.

Scalo a Miami. E spiaggia. Assurdo soffrire il caldo dopo essermi ritirato in gara per il freddo

Il rientro 

Mi sembrava assurdo. Ma stavo sudando dal caldo. Otto ore di scalo a Miami. Giusto il tempo di una puntata a Miami beach per non restare chiuso in aeroporto. Mi riscaldo al sole sulla spiaggia. Penso al freddo patito un paio di giorni prima. Poi inizio a pensare a come riscattare questa seconda delusione stagionale. C’è tempo. L’anno non è ancora finito

 

 

 

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